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L’ITALIA (non) E’ (più) UNA REPUBBLICA FONDATA SUL LAVORO

Il giorno seguente l’ingresso di nostro figlio ( nato in Baviera ) alla scuola materna, al compimento del terzo anno di vita, mi misi alla ricerca di un posto di lavoro e poiché prima di partire per la Germania avevo lavorato per un anno per una società di Roma, mi ripresentai ed ottenni subito un nuovo contratto.

Avevo lasciato un semplice ufficio con una cinquantina di lavoratori e li ritrovai ad un diverso indirizzo con 3 piani occupati di un intero palazzo in periferia. Piena di speranze ricominciai con un bel co.co.co. e dopo il primo mese presi la prima busta paga di ben 41 euro di provvigioni e stop ( è vero, giuro).

Le prospettive per avere degli stipendi che giustificassero i costi di trasporto e della baby sitter c’erano e continuai fiduciosa passando per la seconda busta di 123 euro e 280 euro della terza. Dopo qualche mese ci comunicarono che non sarebbero più stati in grado di pagarci gli stipendi e, al termine della riunione, con le lacrime agli occhi per la rabbia, li salutai.
Dopo un primo momento di sconforto, inviai altrove il mio curriculum e venni subito chiamata da una grande società per azioni.

Iniziai nel giugno 2009, quando la crisi economica iniziava a falciare posti di lavoro e gli equilibri finanziari delle famiglie italiane, eppure i risultati di un lavoro pagato, questa volta a fisso e provvigioni, erano ancora buoni e lo stress era dato solo dai viaggi in autostrada per raggiungere l’ufficio e dalla competizione con i colleghi per raggiungere i migliori obiettivi. In seguito arrivarono gli anni difficili e lo stress iniziò ad aumentare: ascoltare per 6 ore al giorno racconti di difficoltà economiche, licenziamenti, precarietà, malattie, disoccupazione e fallimenti, non ti aiuta ad essere ottimista e positivo sul lavoro e meno che mai a casa, dove comunque trovi le tue difficoltà da affrontare e superare. Comunque mi piaceva trovare delle soluzioni per degli sconosciuti e seppure costringendoli a pagare il dovuto, cercavo sempre di essere gentile e comprensiva. Qualcuno mi ringraziava pure e mi benediceva; la maggior parte mi insultava e malediceva tutta la mia discendenza.
Quando alla fine del mese non raggiungevamo i risultati che ci imponevano, ci dicevano puntualmente che non era il lavoro fatto per noi, che non valevamo niente e che eravamo dei fannulloni, salvo poi portarci sugli allori, ( ma neanche tanto, visto che secondo loro, era solo la metà di ciò che avremmo potuto fare, se avessimo lavorato veramente..) se il mese seguente facevi raggiungere loro le provvigioni previste dalla committente.
Poi i licenziamenti arrivarono anche nel mio ufficio e per restare ci chiesero di rinunciare per i successivi 6 anni ad un aumento salariale e di accettare di essere pagati la metà rispetto a quanto viene pagato chi, come noi, ha firmato lo stesso contratto nazionale, per consentire alla società di stabilizzare tutti i dipendenti e farli uscire così dalla precarietà. Intanto loro avrebbero usufruito degli incentivi statali per le nuove assunzioni per due anni e noi ricevuto una busta paga decurtata, costretti a lavorare un’ora in meno al giorno, garantendo però gli stessi risultati. Diavolerie italiane, consentite da leggi che, travestite da aiuti per le aziende, consentono di sfruttare i lavoratori e che sono applicate solo per restare a galla e non, di certo, per compiere un salto di qualità.
In tutto questo tempo, continuai a lavorare stringendo i denti, accettando di guadagnare zero provvigioni se il gruppo di lavoro non riusciva a raggiungere degli obiettivi irraggiungibili, malgrado avessi dato il massimo e qualcuno, invece, decidesse di assentarsi di continuo o di impegnarsi davvero poco.
Ho imparato tanto: ho capito che posso avere dei grandi risultati anche lavorando sotto una forte pressione e che riesco ad essere eccellente, osservando le regole, senza barare e rispettando i clienti. Ho capito che per continuare ad avere un lavoro capita di accettare l’inaccettabile e che il confine tra il compromesso e lo sfruttamento, a volte, è davvero sottilissimo. Ho messo da parte la mia dolcezza e ho tirato fuori una grinta che, l’ avessi avuta a 20 anni, avrei conquistato il mondo.
Col passare del tempo, ci costrinsero a lavorare con un continuo monitoraggio costituito da un cronometro che misura i secondi che si impiegano a chiudere una pratica, ma anche per andare a fare la pipì; ci obbligarono ad essere registrati;  eliminarono completamente ogni apporto personale dato alla nostra professione, ma obbligandoci a seguire protocolli standardizzati e sterili, lavorando come automi o meglio, polli da batteria; ridussero il tutto ad una lotta continua all’ultimo spicciolo di provvigione tra noi dipendenti e loro a guardarci mentre ci sbranavamo.

Ho lottato ed ho vinto(?): dopo 6 anni ho ottenuto con tenacia e lavoro duro, un contratto a tempo indeterminato che altri, più giovani di me ed entrati in azienda diversi anni prima, aspettavano con ansia. Il giorno della firma, a fine luglio scorso, ero soddisfatta per ciò che ero riuscita a dimostrare loro ( mi avete spremuta e vi ho dimostrato quanto valgo), ma non per quello che la firma significava. Tutto restava identico; stesso cronometro, stesso stipendio congelato, stesso stress, tranne quello di essere a scadenza ogni 6 mesi ed identica sensazione di essere sfruttata e di essere nulla più che un numero.
Sono cambiata, tanto. Più dura, meno ingenua, più incisiva, più aggressiva, meno dolce e non solo in ufficio, anche in famiglia. Non mi piace la persona in cui mi sono dovuta trasformare per conquistare quella firma e non è quello che potrei e vorrei fare per tutta la vita, ma mi è servito. Molto. Per pagare i conti e per capire dove posso arrivare: in basso ed in alto.

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