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RADICI

Avevo avuto la stessa sensazione quando gli operai della ditta di traslochi chiusero il furgone al secondo giorno di inscatolamento. La mia vita era stata messa in quelle scatole e ormai non avevo più il controllo sulle mie cose e dovevo solo sperare di rientrarne in possesso nella loro totalità, confidando che altri trattassero quegli oggetti e quei ricordi con la migliore cura possibile e che arrivassero a destinazione ( vi confido che sognai spesso incidenti stradali gravissimi con annessi incendi e furti di Tir in autostrada, fino al giorno in cui suonarono al campanello). Una sensazione di ineluttabilità, smarrimento misto a gioia e paura.

Una settimana fa abbiamo inviato online la nostra richiesta di iscrizione all’Aire e oggi ci è arrivata la mail di presa in carico della pratica da parte del Consolato ed annessa richiesta di cancellazione dall’anagrafe del nostro comune di provenienza.

Può sembrare stupido o banale, ma ci siamo commossi. Abbiamo scelto tutto noi, ci stiamo costruendo una nuova vita qui e le cose sono andate meglio di come ce le saremmo mai sognate all’inizio, ma in quella semplice comunicazione burocratica c’è molto di più. C’è la volontà di restare ancora per anni (almeno fino alla fine del percorso scolastico di nostro figlio); c’è la scelta di far diventare tutto ufficiale e definitivo non solo tra i nostri amici e familiari, ma anche per lo Stato; c’è, a seconda di chi ci ha visti andare via, un sogno, una volontà, un salto nel vuoto, un azzardo che si è trasformato nella nostra realtà, nella nostra nuova vita.

Sono nata a Roma ed ogni volta che andavo a trovare mia nonna che abitava vicino al Colosseo sentivo un brivido; ho vissuto la mia infanzia sul mare, in un posto meraviglioso che però non ho mai sentito mio e ho sempre desiderato andarmene fin da piccola senza farne mistero; ho vissuto poi in Toscana per 9 anni al tempo dell’università, poi nella provincia romana dal cui orizzonte riuscivo a scorgere il cupolone ed anche lì brividi. Oggi, a pochi giorni dal rientro per le ferie, sento l’emozione crescere. Mi piace la nostra nuova vita, le prospettive, il nostro nuovo equilibrio e come ci stiamo integrando sempre di più. Non tornerei indietro, non cambierei le scelte fatte. Quella mail ci ha allontanato un po’ di più dall’Italia, ma ho capito che le radici le avremo per sempre e non sono ai nostri piedi, ma nel nostro cuore.

agosto bullet

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OLTRE I PROPRI LIMITI

Un giorno il capo mi ha chiamata e mi ha comunicato la sua intenzione di offrirmi un contratto a tempo indeterminato. Sono rimasta molto sorpresa. Non perché pensi di non  meritarlo, ma in quanto per l’ultimo indeterminato in Italia attesi anni. Ho ringraziato e detto che non aumentando il numero di ore di lavoro, con la nuova forma di contratto andrei a guadagnare molto meno e non mi converrebbe. Mentre rifiutavo una vocina mi urlava dentro ” Sei impazzita????!!!!”.

Nel frattempo mi dicono che degli italiani hanno comprato la piccola pensione a 3 minuti a piedi da casa nostra (e se ne impiegano così tanti solo perché si trova in cima ad una salita). Cercano qualcuno di fiducia per preparare le colazioni. La persona che me ne parla mi presenterebbe con piacere. Inizio a considerare tutti i pro e i contro, prima di decidere se provarci o meno.

Due o tre mattine alla settimana; non ci sarebbe l’ostacolo della lingua, almeno per il colloquio  e comunque i clienti si servirebbero da soli al buffet. Potrei arrotondare con l’altro lavoro e riuscirei a pagare l’intero affitto mensile, senza più pensieri o preoccupazioni. Il lavoro non mi spaventa e neanche la fatica. Non avrei avuto più mattine libere e questo avrebbe significato rinunciare agli incontri di English e German Conversation. Avrei dovuto alzarmi alle 4, preparare la colazione ed il pranzo per marito e figlio ed andare a lavorare alle 6; cimentarmi in cucina per  preparare uova strapazzate, bacon e uova sode in una cucina professionale (ce la posso fare in fin dei conti sono un’italiana, riuscirò pure a cuocere qualcosa!!! ). Se non avete letto i primi post come questo , dovete sapere che ho sempre avuto impieghi in ufficio, da qui i miei dubbi. Dovrei uscire di casa di notte, con la neve alta, con tanti gradi sotto zero…..

Decido di provare.

Per tre mesi ho portato avanti due lavori contemporaneamente e la sera ero uno straccio da buttare, ma devo dire anche soddisfatta di me stessa e di aver superato quei limiti che pensavo di avere. Ho imparato cose nuove e avuto la responsabilità di aprire da sola una cucina di un piccolo albergo; la mattina aprivo gli occhi anche prima della sveglia puntata sulle quattro e un quarto, al pensiero di non alzarmi e lasciare i clienti senza colazione. Inesorabilmente alle sette doveva essere tutto pronto, in quanto gli avventori altro non sono che i fruitori dei corsi organizzati dall’organismo internazionale per il quale lavora Mr SOIG. Quindi in una mezzora avevano già finito.

Purtroppo fin da subito mi è stato chiaro che non sarebbe stato affatto semplice a causa della disorganizzazione. Più volte mi sono ritrovata al mattino senza pane da offrire ai clienti, perché la direttrice aveva dimenticato di ordinarlo la sera precedente e allora via di scongelamento rapido( non c’è niente di meglio di un panino riscaldato da mangiare in albergo ). Oppure servire il burro in una ciotola con ghiaccio, scartando le miniporzioni su cui avrebbero letto la data di scadenza già passata da un pezzo. Quello che mi metteva più a disagio erano le brocche di vetro sbeccate in cui dovevo versare i succhi di frutta ed il latte fresco. Comunque anche il fatto di avere le posate ed i bicchieri contati non mi faceva stare tranquilla. In più, mi veniva chiesto di finire e sistemare il tutto nel minor tempo possibile, in quanto in caso contrario, per loro non sarebbe stato conveniente pagarmi….cosaaaa?????

Ed ecco il tasto dolente: paga e regolarizzazione. Lo stipendio del primo mese sono andata a prendermelo di persona un fine settimana, con un foglietto in mano in cui avevo annotato le ore lavorate ed il proprietario si è messo a fare i conti con la calcolatrice con me di fronte. Poi, dopo essersi quasi messo a piangere ( no, non era una cifra a tre zeri e no, non esagero ) mi ha chiesto di ripassare. La puzza di bruciato ed i ricordi ancora troppo vividi di sfruttamento e fregatura hanno iniziato a prendere il sopravvento, ma siccome sono una persona che dà sempre una seconda possibilità, ho proseguito. Quando sono andata a chiedere ( non è già questo svilente, ingiusto e illegale?) la paga per il secondo mese di lavoro, il solito soggetto mi ha comunicato di non poter assumermi proprio in virtù dell’altro lavoro. In Germania puoi svolgere più mini job per datori di lavoro diversi, ma la paga totale non può superare i 450 euro. Perciò l’unica soluzione sarebbe stata quella di assumermi a tempo indeterminato, ma lui non ne aveva alcuna intenzione.

Che fare? Visto che già per due mesi l’italiano furbetto aveva sguazzato nel nero e tentato di rimandare il più possibile il momento del pagamento, non mi sembrava una soluzione accettabile restare a quelle condizioni.

Decido di chiedere al mio capo tedesco se la sua offerta sia ancora valida. Felice del mio ripensamento mi fa firmare il contratto e a quel punto comunico la mia decisione al connazionale furbastro. Mi chiede di lavorare fino al 30 del mese: accetto ( che fessa ). A quel punto inizia una rincorsa alla Moreno Morello per avere quanto mi spettava. Purtroppo il tizio non tenendo conto dei miei precedenti nel recupero crediti, ha erroneamente pensato che, rendendo il gioco difficile, avrei forse rinunciato. Non risponde ai messaggi, alle telefonate, ignora i messaggi scritti lasciati alla direttrice. Un sabato mattina sapevo di trovarlo in albergo. Entro e mi fermo nella piccola hall. So per certo che si trova in una delle camere, visto che la sua auto è nel parcheggio. Attendo inutilmente che esca, in quanto sa bene che ho ancora le chiavi per entrare, posso essere entrata solo io (i clienti arrivano la domenica pomeriggio e ripartono il venerdì) visto che la direttrice non lavora il sabato. Sento la televisione accesa e vari rumori che provengono da una stanza. Dopo qualche minuto seduta a ripensare ai debitori che anni fa contattavo ed inventavano sempre modi creativi per evitare i pagamenti, divento furiosa. Non ho nessuna intenzione di farmi fregare da un italiano in Germania.

Passo all’azione. Compongo il suo numero di cellulare. Subito si sente il trillo al di là della prima porta ( dilettante…) e cosa fa il genio? Silenzia il telefono, mentre nel mio orecchio continua a squillare. A quel punto mi sono sentita come il segugio del film ” I love shopping”. Gli scrivo un messaggio e me ne vado. Non mi risponde per tutto il giorno, conscio di aver fatto una pessima figura o forse perché spera di averla fatta franca. Il giorno dopo, come niente fosse, mi scrive di aver lasciato quanto dovuto alla direttrice. Nella busta ho trovato la cifra precisa al centesimo, per non pagarmi nulla in più del necessario.

Oggi lavoro in regola con un contratto a tempo indeterminato in una struttura tedesca che puntualmente mi paga sul conto corrente. All’inizio mi è dispiaciuto non avere più quell’entrata extra, ma preferisco guadagnare meno, senza essere sfruttata e senza l’umiliazione di dover chiedere lo stipendio come fosse elemosina. Di certo non sarà il mio lavoro della vita, ma mi sta aiutando ad imparare il tedesco, ad integrarmi nella comunità locale e a contribuire al bilancio familiare.

Intanto dal piccolo albergo vicino casa se ne sono già andate le donne delle pulizie che come me non venivano mai pagate in modo puntuale ( una l’ho vista lavorare come commessa in una panetteria) e la direttrice ha già segretamente trovato un nuovo posto di lavoro e si dimetterà ad agosto. Puoi fare il furbo quanto vuoi con i lavoratori, ma qui non siamo in Italia. Qui ci sono diverse opportunità lavorative e non sei costretto ad accettare l’inaccettabile.

 

 

 

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PER UN PACCO DI PASTA

Oggi pomeriggio ero in fila al supermercato. Li avevo già notati entrando; da buoni italiani parlavano a voce alta ed erano indaffarati tra gli scaffali. Ci siamo rivisti in fila ed una volta che il nastro ha spostato in avanti la mia spesa per la cena di stasera, hanno iniziato a scaricare il loro carrello colmo di pasta Barilla, Buitoni, pelati Cirio, varie scatole di fagioli e verdura surgelata. Mi sono trovata ipnotizzata a guardare quei prodotti che parlavano di Italia. Non sono riuscita a stare zitta, anche se all’inizio volevo farlo. Sarei stata lì ad ascoltare i loro discorsi e a fingermi tedesca, anche se non lo sembro per niente. Poi come un soffione boracifero, un’eruzione vulcanica, un temporale improvviso, ho dato un’ultima occhiata alla pasta, ho sospirato e le parole sono uscite da sole. Mi sono rivolta ai due italici operai in trasferta in tuta arancione, dicendo “Nostalgia di casa, eh!”. Loro all’inizio hanno pensato che conoscessi solo quelle tre parole, poi hanno capito. Sui loro visi si è dipinto un sorriso e hanno esclamato:” E’ italiana!”.

Con un filo di voce, uno di loro mi ha detto:” Sono due settimane che manchiamo da casa e già non ce la facciamo più”. Ed io: ” Vi capisco…”.

Mi hanno chiesto da dove venivo.” Roma!” ho risposto.

“Bella città” ha detto l’altro, con un viso colorato di nostalgia e felicità di sentire una lingua amica.

Ho pagato e prima di andare via li ho salutati con un italianissimo “Arrivederci!”.

Il più anziano ha pronunciato una frase che mi ha colpito per la familiarità e la gioia, quasi confidenziale:” Arrivederci e tante belle cose”.

Ecco. Si può venire travolti dalla nostalgia per un pacco di pasta? Si.

L’Italia è vicina, non ci sono oceani che ci dividono, né continenti. Non tornerei alla vita precedente, né a quella di venti anni fa in altre province dello Stivale. Quando leggo le notizie di oggi di riabilitazioni miracolose, condanne cadute nel dimenticatoio, ingiustizie varie e da Facebook vengo a sapere che, ancora una volta nel posto in cui abitavamo, le pompe che permettono di avere l’acqua si sono bloccate per un problema elettrico ( succede almeno 10 volte l’anno, a parte il periodo estivo quando l’acqua non arriva proprio) non ho nessuna voglia di tornare.

Poi però basta un pacco di pasta e tutto il richiamo delle radici riaffiora inaspettato. 

La comunità italiana sta organizzando la festa della Repubblica per il prossimo giugno. Noi partecipiamo anche se civili, in modo molto attivo. Mr SOIG si è preso l’impegno di preparare dolci per più di 300 persone, venendo rimborsato solo della spesa per gli ingredienti. Io mi occuperò delle decorazioni. Sacrificheremo tutti i fine settimana  del mese di maggio per lavorare ai preparativi, presi da una frenesia patriottica incontrollata.

Perché per noi italiani è così difficile amare il nostro Paese e quando poi siamo lontani ne sentiamo tanto la mancanza?

 

 

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INCONTRI RAVVICINATI CON I MEDICI TEDESCHI

Purtroppo, da quando siamo arrivati qui in Germania, abbiamo avuto parecchi contatti con i medici. Eccovi un resoconto degli incontri ravvicinati con alcuni di essi.

MR SOIG. Da lungo tempo aveva un’escrescenza sulla pancia che non aveva mai dato problemi. Forse per strofinamento o un piccolo trauma, ha iniziato a staccarsi e quindi ci siamo recati dal medico di famiglia per farla controllare. Molto preoccupato il dottore brizzolato molto serio ha provveduto a distaccarla completamente, per poi chiedere alla sua assistente se non trattasse piuttosto di… una zecca, lasciandoci a bocca aperta. Ora, qui in Baviera non è affatto difficile essere morsi da questi insetti schifosi, sdraiandosi su un prato o facendo passeggiate nel verde, ma gli abbiamo detto subito che era lì sulla pancia del consorte da anni. A voi non verrebbe un minimo dubbio sulle capacità del dottore se non sa distinguere una zecca da una porzione di corpo umano? Ecco, a noi sono venuti parecchi dubbi e abbiamo cambiato medico di famiglia. Tra l’altro mi stava pure antipatico visto che  non sorrideva mai, ma questa è solo una mia fissazione 😀

LITTLE SOIG. Povero.  Come se non fosse stato abbastanza il bullismo che ha dovuto affrontare, le difficoltà con la scuola e la mancanza di amici, ha pure visitato diverse volte il pronto soccorso. La prima volta per la frattura dell’alluce per un incidente avvenuto a scuola; la seconda per un’unghia incarnita dello stesso alluce, divenuto nero di sabato pomeriggio e la terza per una sospetta appendicite. Ho trovato il personale molto gentile, preparato e ho sempre potuto parlare inglese sia con i medici che con gli infermieri, anche se non abitiamo in una grande o media città. Mi hanno detto che al minimo dubbio o se il ragazzo avesse avuto troppo dolore, sarei potuta tornare ogni volta che volevo e nel caso della frattura, ci hanno addirittura dato 3 successivi appuntamenti per verificare il decorso, sempre nei locali del pronto soccorso. Per il mal di pancia hanno deciso di ricoverarlo un paio di giorni per accertamenti e alla fine ci hanno detto che era solo stress. Non ho mai pagato un euro, anche se non erano emergenze. L’ospedale aveva ancora nel data base il nostro vecchio indirizzo e i nostri dati; abbiamo semplicemente presentato al triage la nuova tessera dell’assicurazione sanitaria e fornito il nome del pediatra.

IO. Termino con la mia esperienza.  All’inizio di settembre mentre tagliavo un ananas mi sono procurata un taglio all’indice. Per fortuna non ho avuto bisogno di punti, ma non avendo mai effettuato una vaccinazione antitetanica, ho deciso di procedere e ho ripetuto l’iniezione di richiamo ad ottobre . Ora, io ad oggi non so se si sia trattato di una reazione avversa al vaccino o di una grandissima coincidenza, ma da metà settembre alla fine di novembre ho temuto di essermi ammalata seriamente. Ho iniziato ad avere all’improvviso dolori fortissimi alle braccia, alle gambe, alla testa; non avevo forze già al mattino appena sveglia e durante il giorno era doloroso perfino alzare un bicchiere colmo d’acqua. Qualunque attività fisica, dalla passeggiata alle pulizie di casa era pesantissima e faticosa. Ho iniziato così ad essere anche molto depressa. Mi svegliavo durante la notte per i dolori e avevo costantemente la sensazione di avere l’influenza, anche se la mia temperatura era solo di 36 gradi. Ho creduto di essere invecchiata in una settimana di venti o trent’anni. Ho chiesto aiuto al medico di famiglia che mi ha consigliato un ortopedico. Lo specialista dopo una visita abbastanza accurata e dopo avermi ascoltata, ha formulato la sua diagnosi: al 90% si tratta di fibromialgia. Confesso di non aver mai approfondito prima il significato di questa parola e da quel giorno mi sono documentata, cadendo ancora di più in depressione. Il medico mi ha spiegato che non ci sono cure e dopo aver verificato con delle analisi del sangue che non ci fossero problemi di reuma, mi ha indirizzato a sua volta da un’anestesista, perché, a suo parere, non essendoci una cura, mi avrebbe aiutata solo con una terapia del dolore. Ho dovuto attendere un mese prima che mi ricevesse ed il giorno della visita ho avuto un’altra diagnosi: la frau doctor mi dice che non è possibile fare una diagnosi così veloce e precisa di fibromialgia ( pfiu, pensavo di avere avuto questo pensiero solo io) ed è stata categorica: al 90% NON si tratta di fibromialgia. Le sue conclusioni sono state piuttosto sorprendenti. Il mio bacino dopo il parto avvenuto 12 anni fa, non sarebbe più tornato nella giusta posizione e questo mi avrebbe causato problemi alla schiena e di conseguenza ora tutto il mio corpo ne risentirebbe. Momento, momento, momento. Dunque, io ho avuto sempre una forte energia e per fortuna salute di ferro, a parte naturalmente qualche episodio di sciatica o dolori lombari in tutti questi  anni ( come dicono a Roma..c’ho na certa età )e adesso scopro che il parto naturale di ben 12 anni fa, mi starebbe provocando questo dolori lancinanti, così, all’improvviso?? Mi ha prescritto dei farmaci antidolorifici molto forti, una ginnastica da eseguire sul letto (?) e invitata a tornare dopo un mese per iniziare una terapia. Ovviamente ho fatto presente a tutti e tre i medici che i dolori sono iniziati dopo il vaccino, ma a sentire loro il tutto non sarebbe correlato. Fatto sta che ad inizio dicembre i miei dolori sono iniziati a diminuire ( senza aver preso un antidolorifico) fino a scomparire. Ora di tanto in tanto ho ancora qualche dolore alle braccia, ma raramente. Non sono più tornata dalla dottoressa e non ho scoperto cosa mi sia accaduto.

A dicembre ho deciso di fare il solito controllo annuale dal ginecologo. Mi avevano consigliato questa dottoressa, visto che quella che mi seguì nel 2005 per la gravidanza, andò già a suo tempo in pensione. Appena entrata in studio mi chiede il libretto delle vaccinazioni ( ????) ed io che non ce l’ho, le mostro ingenuamente solo quello che pensavo importasse, ovvero l’ultimo pap test ed ecografia. La visita è molto sbrigativa, mentre la sponsorizzazione di qualunque vaccino esistente ed approvato dall’OMS (che naturalmente mi avrebbe inoculato lei immediatamente e con piacere) è continuata in modo incessante. Avrebbe voluto vaccinarmi di nuovo per il tetano ( eh no cara, mi sono appena ripresa…che scherziamo, se ne riparla l’anno prossimo); per pertosse e morbillo  (le uniche due malattie esantematiche che ho fatto da piccola….NON SE NE PARLA)  e alla fine non so come, onestamente, ma è riuscita a convincermi a fare l’antipolio!!! Mi ha parlato di quanto il rischio sia cresciuto qui in Germania a causa dei richiedenti asilo e stordita talmente tanto che alla fine è riuscita ad iniettarmi  almeno una sostanza. Un secondo dopo averglielo fatto fare mi sono mangiata le mani. E se avessi avuto di nuovo una reazione? E se non mi facesse bene visto che da bambina sono quasi certa di averla effettuata? Insomma la colpa è mia, ma secondo voi, è normale andare a fare una visita di controllo e ritrovarsi di fronte una rappresentante  di vaccini? Comunque ho chiesto alla persona che me l’aveva consigliata e anche lei durante la sua visita ha ‘subìto’ l’antitetanica. Avrà qualche metodo di ipnosi per convincere le pazienti…chissà 😀 😀

 

 

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Il compleanno

“Mamma, a quest’ora ero nato?”. No, sei nato alle 20.53.

” Lo sai che quando eravamo in Italia, tutti mi chiedevano sempre perché fossi nato in un  posto con un nome tanto complicato e adesso che siamo in Germania, mi chiedono come mai, malgrado sia nato qui, io non parli così bene il tedesco”.

Eh. Lo so.

Ma d’altra parte come fai a spiegare a tutti i tuoi 10 anni di vita trascorsi alle porte di Roma ed il tuo ritorno. Il tuo faticoso ritorno, perché alla fine sei tu che stai facendo più fatica di tutti. Passi il tuo compleanno a studiare da solo e poi con l’insegnante che ti viene ad aiutare a casa.

Nei momenti di sconforto ti lamenti della mancanza di amici, di tempo libero, di spensieratezza, di giochi. Hai ragione. Hai ragione su tutto. Ma manca poco, davvero poco. Stai facendo passi da gigante e i professori vogliono vedere un grande miglioramento per poter permettere la tua permanenza al ginnasio.

Stai rinunciando a tantissimo per costruirti un futuro, ma appena potrai rallentare arriveranno gli amici e le giornate spensierate anche per te. Mi fai venire un sacco di sensi di colpa quando ti arrabbi, ma poi mi consolo quando parli del tuo sogno di fare l’insegnante un giorno e soprattutto di andare a studiare negli Stati Uniti.

Quanto è complicato restare motivati e mantenere l’entusiasmo delle ragioni che ci hanno fatto stravolgere la nostra vita nei momenti bui; quelli in cui ti chiedi perché scientemente hai deciso di percorrere la via più ripida, quella piena di buche e a volte pure interrotta. Non so da dove arrivi la mia cieca fiducia nel fatto che ce la farai, ce la faremo tutti e tre.

Ci vedo fieri sulla cima, abbracciati e ricoperti di fango e graffi per le cadute. Comunque il mio eroe sarai sempre tu; quello che alla fine ha sopportato il peggio e prenderà il meglio da questa esperienza. Quanto è costato questo trampolino che ti stiamo regalando, ma alla fine non  è nemmeno un nostro regalo, è una tua conquista, enorme.

Noi ti abbiamo solo accompagnato.

Fieri di guardarti, ammirati, mentre spicchi il volo.

 

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INCIAMPARE NELLE OCCASIONI

Ho vissuto gli ultimi tempi  con il desiderio di tornare a lavorare e contemporaneamente con tanti dubbi circa le reali possibilità di riuscire a farlo, a causa delle mie difficoltà oggettive con la lingua locale. In realtà ho fatto anche una prova in una caffetteria all’interno dell’organismo internazionale dove lavora Mr Soig, per cui era richiesto solamente l’inglese. Non è andata bene, ma non per la lingua. Diciamo che c’erano delle difficoltà indipendenti da essa e che ho preferito rinunciare. Dopo l’ultima esperienza lavorativa in Italia ho deciso di fuggire non appena sento ‘odore di bruciato’ e di non rischiare più di restare invischiata in situazioni complicate.

Superato il periodo delle vacanze ero ripiombata di nuovo in uno statico pessimismo. Finché la mia occasione è finalmente arrivata, per caso. Una persona ha proposto ad una mia amica inglese, conosciuta qui già nel 2006 nella precedente vita da expat, un lavoro part time in una struttura tedesca. Lei ha dovuto rifiutare avendo già una seconda occupazione e ha pensato di proporre me come candidata. Malgrado mi girasse la testa per la sorpresa, il panico e l’assoluta mancanza di esperienza ho accettato e mi sono tuffata.

Se vi siete fermate a leggere qui e qui a proposito del mio precedente lavoro in Italia, saprete che le mie ore lavorative giornaliere erano fatte di telefonate, parole, parolacce, maledizioni, accordi e pagamenti. Passare alla mia veneranda età ad un lavoro completamente diverso, mi ha dato una sferzata di energia ed adrenalina incredibili. Prima ancora di presentarmi al colloquio, l’idea di scommettere su me stessa mi ha ridato fiducia ed entusiasmo.

Ho fatto una buona impressione e hanno deciso di prendermi in prova per due mesi. Potrò arrivare a lavoro in auto in 7 minuti, oppure 20 minuti in bicicletta o 45 minuti a piedi ( senza neve ). E’ un mini job; ciò significa che in un mese al massimo potrò guadagnare un tot massimo stabilito dalla legge. In teoria si potrebbero avere anche più mini job, ma con datori di lavoro diversi e comunque il totale dei guadagni mensili non può mai superare quel tetto. Di contro non si versano contributi e quindi non si matura nulla ai fini pensionistici e non si viene pagati in caso di malattia o ferie.

Per iniziare nel modo del lavoro tedesco mi sembra un buon compromesso. Io non offro particolari capacità, prima fra tutte la lingua e se decidono ugualmente di assumermi posso solo essere contenta. L’ambiente di lavoro è pulito, ordinato e la cosa più interessante ai miei occhi, è l’organizzazione maniacale del lavoro. Mi è stato detto che a loro non interessa in quanto tempo ultimerò i miei compiti, quanto piuttosto l’accuratezza  con cui li porterò a termine. Ce la posso fare 🙂

Aiuterò in cucina, preparerò e servirò ai tavoli, luciderò argenteria e sorriderò agli utenti di questa struttura particolare che spesso vi si recano per esercizi spirituali e che quindi praticano il silenzio. La cuoca presente con me in cucina è molto gentile, parla inglese e mi aiuterà con le parole tedesche che non comprendo.

Lavorerò un paio di giorni a settimana e dopo i primi due mesi di prova mi aumenteranno la paga oraria. Ho già spiegato che in estate resterò sicuramente un mese in Italia e non hanno battuto ciglio. Mi hanno chiesto se avevo richieste particolari. Ho chiesto di restare a casa con la mia famiglia durante i weekend e di non  lavorare la sera e hanno detto che va bene. Insomma, mi sembra tutto così semplice e liscio che quasi stento a crederci. Però so di essermelo meritato e che non è solo fortuna.

Sono venuta in Germania per ricominciare da zero, reinventarmi  fa parte del progetto. Imparerò tante cose e non resterò a casa a lamentarmi o commiserarmi; sarò a contatto con la comunità tedesca e contribuirò al bilancio familiare.

Adesso l’avventura comincia davvero!

 

 

 

 

 

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DI FREDDO E TULIPANI

Oggi il cielo sembra caduto sui tetti dai camini fumanti che guardo dalla finestra, e sulla montagna, che ricorda un grande pandoro goloso di zucchero. Sta riversando timidamente il suo carico bianco. Promette più di quanto riesca a fare, per il momento. Al di qua del vetro, il vaso con i tulipani bianchi e gialli, che fanatici fanno la loro esibizione di primavera in anticipo.

tulipani finestra

E tutto somiglia a quello che succede dentro di me.
Non è mai stato facile. Neanche 10 anni fa.
Mi sentivo un pesce in una ciotola di vetro, capace di guardare cosa succedeva intorno, ma incapace di aprire bocca. Le altre signore di varia nazionalità, erano tutte spigliate ed unite, e poco propense a perdere tempo con me. Avevo la testa zeppa di regole grammaticali e zero vocaboli con cui formare frasi di senso compiuto. Non capivo nulla di ciò che dicevano e comprendere l’inglese, con i vari accenti internazionali, sembrava un’impresa titanica.
Forse perché ero più giovane (si) e coraggiosa, mi buttai e in pochissimi mesi iniziai a parlare così fluently che le mie amiche americane non perdevano occasione di elogiarmi per il mio incredibile inglese, migliorato a tempo di record. Dopo tre anni avevo ancora tanto da imparare, ma capivo tutto e tutti e sapevo conversare senza problemi anche al telefono.
Durante i 10 anni in Italia, ho cercato di mantenere ciò che avevo imparato, leggendo quotidianamente in inglese gli argomenti più disparati e scrivendo, ma se una lingua straniera non la parli, la perdi.
O meglio i verbi e le parole che TU SAI DI CONOSCERE giocano a nascondino tra le cellule grigie e quando, dopo tanto tempo, provi di nuovo ad avere una conversazione, sembri un’ebete che resta appesa ogni 30 secondi, cercando di scovarli senza successo. La sensazione di sconforto è ancora più grande, perché SAI che quelle parole anni fa uscivano liberamente e senza alcuna difficoltà; erano tue, ci giocavi e sapevi anche fare battute in una lingua non tua e adesso invece il tuo cervello sembra congelato e a volte preferisci stare zitta piuttosto che fare la figura della scema.
NON E’ QUESTO PERO’ IL MODO GIUSTO PER RINFRESCARE L’INGLESE ( ancora? non sarebbe meglio scaldarlo stavolta ?)
Devi buttarti, devi sbagliare e sbagliare ancora, come la prima volta e tutto verrà da sé, mi dico ogni giorno.
Poi però capitano giornate come oggi. Montagne di neve fuori, cielo bianco che ne promette ancora, il mio frozen english, le mie meravigliose amiche americane che non ci sono più e all’improvviso tutto mi sembra freddo e poco accogliente.
Cerco di tirarmi su come se parlassi con un’amica che sta facendo la stessa esperienza: DATTI TEMPO! Non hai più 30 anni, non sono neanche 6 mesi che vivi qui e soprattutto non stai cercando di recuperare solo l’inglese; stai imparando anche il tedesco, devi fare nuove amicizie e ora non sei più un’expat a tempo determinato, che sfrutta ogni singolo giorno avendo in testa un conto alla rovescia che le permette di accelerare ogni cosa.
Tu qui ci devi mettere nuove radici, devi abituarti alla nuova vita, alla nuova te.
Allora cerco il coraggio che mi serve e rimonto in sella per andare a spiegare al mio meccanico turco che parla poco inglese, con il mio quasi inesistente tedesco, che la mia macchina ha un problema.
Ecco, mi dico, infondo non sei proprio male se riesci ad affrontare cose così: dai che ce la fai.
E vorrei essere come i miei tulipani, sfrontati e già in primavera; forse per quel tempo, qualche parola riemergerà dallo scioglimento dei ghiacci.

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CONFERME E SORPRESE

Eccomi qui a fare un primo bilancio dopo che sono trascorsi i primi 3 mesi in Germania. Non abbiamo ancora un divano su cui sprofondare durante le fredde serate o quando la domenica pomeriggio fuori nevica e sarebbe bello avere una copertina sulle gambe e una tazza di cioccolata calda in mano e guardare un bel film, ma sopravviviamo anche senza.
Abbiamo il telefono, ma non suona mai. Ancora pochi gli amici e poi ci si sente tramite cellulare; il fisso serve per comunicare in Italia ad una tariffa agevolata e allora i contatti si tengono più facilmente.
Il lavoro di Mr SOIG procede alla grande; tra pochi giorni avrà la certezza di aver superato il periodo di prova. In realtà l’ha già avuta, visto che gli hanno fatto presentare la richiesta delle ferie per un periodo mooolto più in là della fatidica data.
La scuola di little SOIG procede più a rilento, nel senso che noi vorremmo superare in un nano-secondo la fase di adattamento ed invece va’ tutto alla velocità giusta, con meno problemi di bullismo e piccoli passi in avanti.
L’altro giorno sono andata al supermercato. Ho parcheggiato vicino a dei signori che vedevo molto indaffarati intorno alla loro macchina. Sono entrata, ho fatto le mie spese e quando sono uscita una di quelle persone mi è venuta incontro da un’altra direzione. Mi chiede in tedesco se la macchina è mia. Panico. Avrò parcheggiato male? Avranno tentato di scassinarla?
E niente: uscendo dal parcheggio poco prima lui aveva urtato la nostra macchina. Preoccupata faccio il giro per controllare e…trovo un graffietto minuscolo. Mi dice di essere mortificato. Io non so come, visto che capisco solo la metà delle cose che mi dice e che non so assolutamente cosa fare ed aspettarmi, inizio a scattare fotografie e a prendere vari numeri di telefono. A casa faccio chiamare da Mr SOIG, che avendo valutato il danno come inesistente, era propenso a chiuderla lì. Questo signore che si trovava qui in vacanza invece, ha insistito per coinvolgere la sua assicurazione e si è ancora scusato tantissimo. Risultato: ci hanno ritirato l’auto a domicilio e fornito una nuova a noleggio per 10 giorni, spendendo una cifra pazzesca e riparando un’inezia su una carrozzeria piena di graffi e danni di una macchina di 10 anni e più di 300.000 km.
Siamo rimasti sorpresi dell’onestà del signore di Francoforte e di quanto gli sarà costato un attimo di distrazione in termini di premio assicurativo.

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INDIETRO NON SI TORNA

Puntuale come un treno svizzero,
o meglio, atteso come un treno italiano, è arrivato anche il giorno ( periodo ) della tristezza.
Eh si, perché me lo aspettavo. Me lo avevano detto che dopo la luna di miele iniziale con il nuovo luogo di residenza, arriva inesorabile una valanga mista di nostalgia, tristezza, senso di vuoto e smarrimento che sembra sommergere e travolgere tutte le speranze, la sensazione di rinnovamento e leggerezza che nelle scorse settimane albergavano nella mia mente rigenerata dal cambiamento. Senza un motivo specifico, scende e copre tutto come brina che gela tutto l’entusiasmo e cristallizza ogni emozione.
Non ci sono motivi gravi o specifici. E’ semplicemente un adattamento dello spirito che dopo un cambiamento così radicale, smette di girare vorticosamente e si arresta.

Forse per riflettere o forse per mettere in ordine troppi pensieri e slanci vissuti in così poco tempo.
Non c’è qualcosa in particolare che mi manchi più del resto. E non so nemmeno cosa vorrei di più, dopo aver rivoluzionato tutto. Devo solo dare tempo a tutto questo di diventare veramente mio, visto che a volte mentre passeggio ancora mi sembra di essere in vacanza e non mi rendo conto di vivere veramente qui. Sto conoscendo nuove persone, frequentando corsi di tedesco e di inglese; riesco a gestire la casa come non ho mai fatto; mi occupo al 100% di mio marito e nostro figlio con la scuola e le attività extra scolastiche; stiamo finendo di arredare la casa e aprire le scatole. Mi sento di essere a casa, ma allo stesso tempo smarrita. Quando penso alla nostra casa in Italia non ho nostalgia e non ho pensato neanche per un momento che vorrei non aver fatto questo passo.
Mi mancano le persone, non l’ Italia.
Non mi manca quella sensazione di precario e neanche quella costante ricerca di qualcosa che avevamo lasciato qui 10 anni fa.
Ecco, se proprio mi manca qualcosa, devo dire che mi mancano le amicizie di allora, la vita piena, il mio inglese fluente e quei dieci anni in meno che mi sono fatta scivolare addosso. Il pericolo di essere ritornati in un posto dove hai vissuto così bene è questo. Magari non sarà più come allora, forse meglio , ma indietro non si torna. Ancora dobbiamo superare il periodo di adattamento ed anche il periodo di prova a lavoro di Mr Soig 😀 . E mi vengono in mente le parole di tanti…’ Beati voi che siete così coraggiosi…’ oppure ‘ Beati voi..chissà com’è bella la vita lì ‘, come se andare all’estero ti preservasse da qualunque problema di salute, economico o di coppia. Si, la vita è bella qui, come in qualsiasi altro posto, dipende da te e Si, anche qui devi affrontare i problemi, ma lo devi fare da solo e in una lingua che non è la tua e Si, devi affrontare anche i problemi lasciati in Italia e quelli sono ancora più difficili, proprio perché sei lontano.
Perciò..su la testa e proseguire dritti.

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IN APNEA

Il professore comunica che il giorno seguente non praticheranno sport in palestra e tutti dovranno portare il costume da bagno per svolgere l’ora di educazione fisica in piscina. Pur sapendo che la comprensione del tedesco da parte di nostro figlio è ancora minima, il docente non gli fa scrivere un avviso da far leggere ai genitori o permettere al bambino stesso di tradurlo con l’aiuto del dizionario, ma dà per scontato che abbia capito. All’indomani purtroppo Little Soig scopre di non aver compreso. Il professore lo fa allora restare a scuola e raggiungere un’altra classe in palestra.
Quel giorno si allenano sulle parallele. Durante la lezione, il professore si allontana e non segue i ragazzi che sono già esperti, dimenticandosi di avere sotto la sua custodia, un alunno italiano che non parla ancora la loro lingua, non comprende totalmente le sue indicazioni e non ha mai visto una parallela in vita sua.
Insomma, durante l’esercizio cade e si frattura l’alluce. Sia il suo professore che l’altro si sono scusati mille volte dopo l’accaduto, ma ormai il danno è fatto.
Nuove offese dai compagni per via dello scarpone che gli hanno fatto indossare in ospedale…

Torna a casa e trova nelle tasche del suo zaino diverse cartacce, involucri di merendine e gomme da masticare appiccicate al suo cellulare.

Durante la lezione di biologia in laboratorio, il solito stupido bullo della classe decide di rubare l’astuccio di nostro figlio.
Lo passa ad un altro che chiede di uscire. A fine lezione little Soig si accorge di non avere più l’astuccio e fa presente alla professoressa il torto subìto, ma anziché chiedere a tutti di mostrare gli zaini e finirla lì, l’insegnante pronuncia due o tre frasi di circostanza e se ne disinteressa.
Il famigerato astuccio non si trova, neanche si trovassero in uno stadio piuttosto che in un’ aula del liceo. Arriva un compagno e dice di averlo visto in bagno.
Nel water.
Qualcuno ci ha fatto la pipì sopra.
Il professore riesce ad individuare il colpevole e il massimo che riesca a fare è chiedere al teppista teutonico di ricomprare l’astuccio.
Appena Little Soig è tornato a casa e mi ha raccontato il tutto, sono andata di corsa a ricomprargliene un altro uguale. Gli ho spiegato che in questo caso non si è trattato semplicemente di un danno subìto di cui chiedere il risarcimento e che la dignità non si compra. Il giorno seguente ha pure dovuto spiegare al docente incredulo il motivo del suo rifiuto.

Durante un trasferimento della classe da un’aula ad un’altra, scendendo delle scale, danno una gomitata a Little Soig che gli fa cadere gli occhiali, ma li perde davvero perché non si trovano più. Mi chiama e mi dice che devo andarlo a prendere perché non ci vede.
Credo di aver percorso il tragitto con 8 km di tornanti a strapiombo da casa a scuola immaginandomi in sella ad un leone. Appena entrata in segreteria con un inglese furioso ho chiesto un appuntamento immediato con il preside.
Ora, chi vive in Germania sa che gli appuntamenti qui si prendono anche con 6 mesi di anticipo, figuriamoci se in soli 5 minuti. Sarà stata la colorazione paonazza del viso o l’accento anglo-italiano poco rassicurante, hanno deciso di darmi subito la possibilità di incontrarlo.
Gli ho vomitato addosso tutta la mia rabbia e costernazione, tutta la mia delusione e incredulità nel constatare la loro assoluta incapacità di tenere a bada quattro teppistelli e di non favorire in alcun modo la coesione tra ragazzi tedeschi e stranieri.
Devo avergli fatto molta pena o deve essersi vergognato molto, perché si è messo a cercare personalmente davanti a me gli occhiali per tutta la scuola. Ritrovati magicamente senza sapere chi sia stato a nasconderli.

Visto che le proteste telefoniche e verbali non sono bastate, abbiamo scritto una lunga lettera di protesta alla scuola e, miracolosamente e all’improvviso, tutti i professori sono stati informati di ciò che giornalmente accadeva nelle loro aule, sotto i loro occhi, senza mai rendersene conto. Hanno iniziato a difendere nostro figlio e ad individuare gli elementi peggiori. Non hanno espulso nessuno, ma hanno iniziato a parlare di bullismo in tutte le classi. Ad un insegnante specifico è stato affidato un ruolo di riferimento per denunciare i singoli episodi, anche se avvengono al di fuori della scuola. Hanno organizzato dei seminari con la polizia tedesca che è venuta a parlare di fronte ai ragazzi dei pericoli e delle conseguenze del bullismo nella vita reale e sul web.
I compagni di scuola hanno smesso di prenderlo di mira. Dopo questi mesi, ha iniziato a parlare tedesco e può rispondere a qualche offesa che ogni tanto ancora gli indirizzano.
Mi sono chiesta se il problema fosse la Germania, la scuola o le famiglie.
La risposta che mi sono data è che il silenzio, la vergogna o il senso di sconfitta alimentano ovunque questi comportamenti e che se ogni singolo genitore di bambini e di ragazzi costretti a subire angherie alzasse la sua voce, forse si riuscirebbe ad arginare questo fenomeno dilagante.

La strada è lunga e di certo ci saranno ancora episodi spiacevoli.
Intanto iniziamo di nuovo a respirare, ma l’impatto che questo periodo di apnea ha avuto sul carattere e la vita di nostro figlio, lo scopriremo solo col tempo.